Valentino
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Le storie della Gente di Rimini
Mi chiamo Valentino, ho 16 anni e faccio la terza superiore, studio scienze umane. Molti anni fa per un Natale mi regalarono una piccola pianola: mi ci adattavo bene, mi divertivo e da lì è partita la mia passione per il piano che ho portato avanti al CEMI di Rimini con il metodo Suzuki, in cui si insegna la musica senza leggere. Avevo 6 anni quando ho iniziato, e ora mi capita anche di fare concerti.
La musica mi piace tutta, De Gregori, Venditti, Battisti, ma quello che mi da più energia è Vasco Rossi: ha un carattere rock, riesce a darmi la carica e la forza anche per affrontare le giornate più dure, le sue canzoni hanno un bel caratterino. È grazie a mio papà che sono diventato un suo ammiratore: il mio sogno nel cassetto sarebbe davvero poterlo conoscere di persona.
Quando non suono gioco a calcio: il mio è un gruppetto organizzato apposta per non vedenti, usiamo la palla sonora che suona in movimento e quando la fermi con il piede. Una volta anche i miei compagni di classe sono venuti a fare un allenamento bendati e si sono molto divertiti.
Prima di trovare queste mie passioni per me e in particolare per mia mamma la vita è stata un po’ un delirio, un ricovero dietro l’altro, ambulanze, sale operatorie, esami del sangue, flebo, interventi: per me erano molto spaventosi perché comunque non puoi mai sapere se va tutto bene, mia mamma non poteva stare sempre con me e tante volte ero solo con dottori e infermieri. Anche ora faccio visite in giro per l’Italia, ma specialmente quando ero più piccolo erano momenti molto forti, brutti, a cui faccio fatica a pensare ancora oggi.
Rimini è la mia casa, mi piace e non la vorrei mai lasciare. In terza media ho fatto una tesi sulla Rimini romana, raccontando la città come se fossi una guida turistica non vedente. I miei posti del cuore sono il Ponte di Tiberio, l’Arco di Augusto ma soprattutto la Porta Montanara: lei è rimasta in piedi attraverso gli anni, le guerre, la pace, i cambiamenti della città. È un po’ il Vasco Rossi dei nostri monumenti, non molla mai.
Per muovervi nel mondo ho bisogno di un bastone bianco, un amico, una guida che dice agli altri “io non riesco a vedervi come voi vedete me”.
Giusy
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Le storie della Gente di Rimini
Da sempre ho un forte ascendente sugli anziani: se esco con l’auto nel traffico e c’è una signora per strada il cui autobus non è passato e che ha bisogno di qualcuno che la accompagni, ferma tra tutti proprio me. Oppure mia suocera, solo io riuscivo a farla mangiare, al punto che quando andavo a trovarla in ospedale gli infermieri mi fermavano per chiedermi come avevo fatto a convincerla. Accompagnavo un anziano a una visita e i medici lo trattavano meglio di quando era da sola. Tante cose che mi portavano a capire che avevo questa predisposizione, e io ho sempre pensato che ognuno di noi ne ha una e sulla base di questa deve capire dove può essere utile per gli altri.
Avevo un’attività che mi portava ad avere del tempo libero, così quando in Chiesa a San Raffaele una domenica ci raccontarono di questa indagine che avevano fatto sugli anziani e che aveva rilevato una grandissima solitudine mi sono fatta avanti per dare una mano e abbiamo iniziato a costruire, con un altro volontario – Lino, dei progetti pensati per loro. Raccontare questi 20 anni è impossibile: all’inizio ci siamo occupati di Alzheimer, perchè quando abbiamo cominciato ad andare nelle case degli anziani ci siamo resi conto che era una vera e propria emergenza, che le persone facevano davvero fatica a capire la malattia, con degli effetti davvero di disperazione e rancore tra i familiari. Erano altri tempi, ora ci sono i centri diurni, gli psicologi, l’Alzheimer caffè, ma allora era diverso.
Poi Lino è mancato e io mi sono sentita persa, perché insieme non dicevamo mai di no alle richieste di aiuto che arrivavano. Ma siamo andate avanti. Oggi, insieme a tante altre attività di supporto, abbiamo questo bellissimo gruppo, le Ragazze del Lunedì: 40 nonne iscritte – gli uomini no perché sono morti tutti – che andiamo se necessario anche a prendere col pulmino con cui ci ritroviamo nel salone, facciamo dei lavoretti, esercizi cognitivi con dei giochi, ogni tanto tombola, la briscola, a volte lavoriamo con delle educatrici, oppure si fa un quarto d’ora di ginnastica. Da sedute naturalmente perché sono tutte ragazze molto grandi, dagli 85 in su.
Karen
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Le storie della Gente di Rimini
Mi chiamo Karen, sono nata in Colombia e vivo vicino Rimini da 19 anni. Da piccola non è stato facile entrare a far parte della comunità: gli educatori che mi aiutavano a fare i compiti hanno fatto la differenza, perché da sola avrei fatto molta più fatica. Quando sono cresciuta, avendo fatto l’alberghiero, ho iniziato a lavorare in sala, in cucina, qualsiasi cosa. Poi un giorno mi si sono illuminati gli occhi e ho capito “io voglio fare l’operatore socio sanitario!” e quindi, finita la stagione, ho fatto prima un corso e poi il tirocinio in medicina d’urgenza, ho iniziato a lavorare ed ho pensato “questa è la mia professione, deve esserlo”.
Quando mi è stato proposto di aderire al progetto per l’OSS di Quartiere ho accettato, e mi è servito anche per stare meglio dopo un periodo non troppo felice della mia vita nel quale non mi sentivo realizzata. Mi sono proprio innamorata. È gratificante, capisci l’importanza del supporto che dai alle persone, mi sento bene con me stessa e sento che aiuto gli altri, quindi è un dare e un ricevere per me. Imparo tantissimo dalle persone che seguo e mi diverto allo stesso tempo.
Sono tante le cose che faccio per i pazienti, le commissioni burocratiche, la spesa, oppure alcune volte vogliono stare semplicemente a casa a parlare perché hanno bisogno di supporto emotivo, di dialogo, di ascolto. Sembra di cambiare davvero loro la vita, perché alcuni sono davvero soli. Anche per chi ha una rete intorno, comunque sono la loro valvola di sfogo, e questo per me significa tantissimo.
Quando torno a casa porto con me una valigia di emozioni, che a volte pesa di più e a volte meno. Sento di aver trovato un lavoro che ho davvero scelto, non perché devo farlo per vivere, ed è molto gratificante.
Qualcuno prima stava sempre in casa, e con questo nostro servizio siamo riusciti a farlo uscire: quando questo succede è una grande gioia, perché vedi il benessere della persona, il benessere di una città. Per me è proprio questo il mio lavoro, donare empatia, il fatto di esserci, la relazione.
Giordano
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Le storie della Gente di Rimini
Sono un padre di 4 figli di cui 2 con disabilità. Di formazione sono un geometra, ma sono stati i miei figli ad essere per me la vera scuola, lo dico sempre: sono riuscito ad essere un imprenditore migliore perché ho avuto figli come i mei, che mi hanno aiutato a guardare il limite come una risorsa e non come a un problema. Oggi è quello che racconto agli altri imprenditori quando faccio loro la proposta di inserire un ragazzo con disabilità.
Giovanni è il mio secondo figlio, non è mai stato veramente diagnosticato, ha cominciato a parlare a sei anni e questa cosa ha provocato un ritardo cognitivo per lui sia alla parola che al sistema di apprendimento. Lo abbiamo tirato su a schemi per imparare a parlare, lui è tutto uno schema, tutto ordine. Oggi lavora in una azienda ma è riuscito ad arrivarci perché abbiamo fatto un grande lavoro di autonomie, di avvicinamento al lavoro partendo da quando lui era alle medie, cominciando proprio dalle sue passioni e dai suoi affetti: ha raggiunto autonomie di gestione delle altre persone, ha imparato molto in fretta quando si misurava con sfide che lo appassionavano, che ha assecondato fin da giovanissimo. Questa cosa ha aiutato me e mia moglie a guardare anche la diversità in modo differente: io ero uno dei titolari di Prostand che cura allestimenti fieristici qui a Rimini, ma 5 anni fa ho deciso di lasciare questa strada e di mettere a sistema il “metodo Giovanni” con altri ragazzi e ragazze. Questa cosa oggi è il mio lavoro, riuscire a parlare con gli imprenditori, di aziende – grandi ma anche piccole e non soggette agli obblighi di assunzione – raccontando che questi ragazzi e ragazze possono dare alle imprese un valore aggiunto per quello che sono, non per il semplice rendimento. È questa secondo me la strada per avvicinare alla disabilità e fare una reale inclusione: conoscere le caratteristiche delle persone, conoscere le aziende e fare un match tra capacità e aziende pensando anche alle volontà e ai desideri dei ragazzi e delle ragazze perché solo così si hanno dei successi.
La comunità di Rimini sa essere molto inclusiva: dobbiamo usare al meglio le possibilità di incontro con la diversità.
Fatmir
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Le storie della Gente di Rimini
Mi chiamo Fatmir, sono venuto in Italia la prima volta nel 1998 dall’Albania: in quel periodo quasi tutti gli albanesi andavano via, cercavamo delle possibilità migliori di quelle che il nostro paese poteva darci in quel momento. Ho vissuto tanti anni a Napoli, poi a Genova e un giorno sono venuto a Rimini in trasferta di lavoro: mi è piaciuta così tanto che da 14 anni sono qui. Mi sono innamorato del movimento che qui c’è a tutte le ore in estate, tutto aperto, nessun orario.
Mi considero un tuttofare: carpentiere, muratore, ho lavorato nei residence, nei parcheggi. Ho capito che qui a Rimini d’estate si resta senza lavoro proprio se non si ha voglia di fare nulla mentre in inverno bisogna sapere fare un po’ tutto di tutto per affrontare i quattro mesi in cui la stagione è ferma.
In questo periodo, in attesa di iniziare a lavorare come autista, faccio il volontariato al “giro nonni”: mi sono registrato perché ho la patente, insieme ad altri quattro autisti, portiamo il pranzo ogni giorno a circa 70 nonne e nonni che non possono preparare o andare con i loro piedi in una mensa. Dare un sorriso a queste persone che sono anziane e non ce la fanno è una cosa bella, mi fa stare bene, vado ogni giorno, mi conoscono, sono diventati famiglia, mi raccontano qualcosa, mi chiedono di buttare la spazzatura. Ho cominciato per fare impiegare il tempo per gli altri e poi questa cosa mi è entrata proprio nel cuore. Anche quando inizierò a lavorare, nel giorno libero vorrei continuare ad andare a fare questo servizio.
Sono entrato in carcere nel 2023, sono una persona molto chiusa e riservata e condividere questo racconto è molto strano per me. I primi giorni non capivo nulla ma presto ho compreso che avevo bisogno di qualcosa da portare avanti lì dentro. Ho conosciuto Viola, di Caritas, e tutti questi volontari che organizzavano incontri e attività, di giorno mi davo da fare, mi sono iscritto a scuola, al “caffè “corretto” in cui si parlava ognuno della sua vita, vedevo che chi frequentava questi gruppi stava meglio. Ora capisco che essere libero di stare vicino alle persone che amo non ha prezzo.










